La famiglia Gallo, per gli amici del marianese Masut, ci accoglie amorevolemte uno spumeggiante martedì di fine marzo, in un clima frizzantino e soleggiato. L’intento primario è quello di fare un classico tour della cantina, da poco rinnovata, e una succulenta degustazione di alcune delle eccellenze prodotte da questa generazione, la quarta per le precisione, di incalliti e appassionati vignaioli.
INTRO: Masut da Rive è una longeva cantina vinicola furlana, collocata nel bel mezzo di via Manzoni, crocevia indiscussa dell’accogliente paese che risponde al nome di Mariano del Friuli, conosciuto anche oltreoceano soprattutto perché ha ospitato le scuole medie di cui sono stata assidua frequentatrice qualche anno fa (pochi!). Potrebbe, forse, risultare utile al fine didattico aggiungere a quest’ultima preziosa informazione una specifica di natura geografica: i vigneti dell’azienda in questione sono collocati nella zona DOC Friuli Isonzo, caratterizzata da un microclima mediterraneo e dalle forti escursioni termiche (amiche del buon vino). Tiè.
La cantina è un gioellino. Si sviluppa principalmente in tre zone riconoscibili. La prima, in ordine di raggiungibilità (si dice? non credo), è la sala riunioni dei serbatoi in inox, dove il vino si fa bello e buono attraverso un percorso di maturazione meglio noto come affinamento. Assieme alle amiche d’acciaio, utilizzate primariamente per la produzione delle etichette facenti parte la linea denominata “Gli Scudi”, mi fa capolino una bimba in legno, di cui non ricordo più il nome, che è la regina indiscussa, invece, del sistema produttivo di monsieur Maurus Pinot Nero, “Black Label” della produzione Masut, la cui annata 2020 è stata insignita proprio quest’anno del premio quattro viti firmato AIS. Mecowjoni.

La visita prosegue in seconda battuta nella parte più cavernosa dell’azienda, fra le batterie di fiammanti barrique in cui riposano quei vini pensati per, una volta imbottigliati, rivelare un profilo aromatico più complesso. Fra questi sento l’impellente necessità di annoverare l’intramontabile Sassirossi (uvaggio rosso di diffusione globale) e uno Chardonnay conosciuto con l’appellativo Maurus di cui tesserò le lodi a brevissimo. Finita l’allegra scampagnata nei meandri del centro produttivo pulsante di Masut ci inerpichiamo festose su una scala a chiocciola, di cui offre un dettaglio la diapositiva sovrastante, per raggiungere il terzo ed ultimo pit-stop della nostra visita: la sala degustazioni.
Durante l’assaggio passiamo in rassegna diverse etichette, di cui io per motivi di memoria (e per la mia attitudine sbrigativa aggiungerei) elencherò solamente le due che mi hanno fatto tamburellare il cuoricino, attribuendo loro un punteggio specifico della mia scala di valutazione “secchio”.

Maurus Chardonnay: il mio prefe. Un vino che posso serenamente definire sorprendente. Complice l’ineluttabile consapevolezza che solitamente questo vitigno mi annoia a morte (#onest), la gioia che il primo sorso di questo calice ha scatenato in me è intraducibile a parole. Il naso rufianello (vaniglia, nocciola, unicorni) mi aveva già proiettato verso i classici bicchieri tondini e pallosi (descrittori ufficiali AIS) di cui, se non si fosse capito, non sono per nulla fan. E poi SMAB, la sorsata fresca, complessa ma strepitosamente equilibrata m’ha folgorato. Tant’è che senza pensarci un attimo gli ho attribuito un “secchissimo” in scioltezza. Eh si, perché in una scala ‘da una a secchio’ ne avrei bevuto un secchio decisamente capiente.
Pinot Nero: senza nulla togliere alla versione pro (il Maurus di cui v’ho accennato poc’anzi), adatta ad intenditori veri ed esperti del settore ed inequivocabilmente meritevole di premi a pioggia anche solo per la cura e la dedizione che i ragazzi impiegano nella produzione di quest’ultima, io, che sono bastian contrario dalla nascita (figlia d’arte), scrivo invece della versione basic, che tanto basic non è, e che, invero, mi conserva, assieme ad un bouquet aromatico di tutto rispetto, quelle note fresche tanto care alla mia ugola rinsecchita. Anche in questo caso ne avrei bevuto un secchio.
Morale della favola: meno male che guidavo altrimenti probabilmente stavo ancora in cantina.
Cin cin!